LOTTO MARZO: GIORNATA DI LOTTA FEMMINISTA!
UNO SCIOPERO GENERALE PARTECIPATO

 

La giornata di lotta indetta dal sindacalismo di base per l’8 Marzo ha visto nella nostra
Provincia una discreta partecipazione nei settori dei servizi e del pubblico impiego con una
piccola adesione anche fra gli studenti.
L’Usi-Cit di Reggio Emilia ha realizzato nei giorni precedenti una buona campagna
informativa con volantinaggi e affissioni di manifesti in tutta la città. Per la giornata dello
sciopero ha promosso un presidio in Piazza Casotti, in pieno centro storico, caratterizzato da
musica e diverse bandiere rossonere, al quale hanno aderito un centinaio di compagne e
compagni. All’iniziativa hanno partecipato le compagne di Non Una di Meno Reggio Emilia
e militanti dell’Usi di Bologna, Modena e Parma.
Il primo intervento è stato di Alessandro, Segretario Provinciale dell’Usi di Reggio Emilia,
che ha spiegato le motivazioni dello sciopero e le ragioni del sindacalismo libertario sempre
attento alle lotte antisessiste, antirazziste e anticapitaliste dentro e fuori dai luoghi di lavoro.
Successivamente è intervenuta Barbara dei Cobas Scuola Reggio Emilia che ha spiegato le
ragioni per cui la scuola deve scioperare l’8 Marzo, fra le quali il diritto alla libertà di
insegnamento in una scuola gratuita e laica. A seguire Carla di Non Una di Meno ha illustrato
come sia fondamentale dare una risposta agli stereotipi patriarcali e autoritari della nostra
società che continuano a minare l’autodeterminazione delle donne. E’ stata poi la volta di
Paola della scuola per migranti «Passaparola» che ha sottolineato come occorra difendere e
ampliare i diritti di tutte e tutti contrastando le politiche e i decreti del Governo. Infine, ha
parlato Simone della Federazione Anarchica Reggiana invitando alla costruzione di situazioni
autogestite che contrastino la deriva autoritaria in atto nei confronti di donne, migranti,
lavoratori e studenti dando vita a campagne di solidarietà e disobbedienza gestite dal basso.
La mattinata si è poi conclusa con un pranzo per gli scioperanti organizzato dalle Cucine del
Popolo al Circolo Berneri di Via Don Minzoni 1/d.
Alle 18 abbiamo partecipato con un nostro volantino al corteo di Non Una di Meno Reggio
Emilia che si è snodato per le vie dalla città con musica, numerosi interventi e flash mob.
Al termine della manifestazione abbiamo concluso la giornata di lotta con un aperitivo
libertario al Circolo Berneri brindando ad una società libera, autogestita ed internazionalista.

Unione Sindacale Italiana – CIT Reggio Emilia

Via Don Minzoni 1/d- Reggio Emilia
usireggioemilia.noblogs.org
FB: Usi-Cit Reggio Emilia
usi-reggioemilia@inventati.org

A LA HUELGA, COMPAÑERA!

Reggio Emilia 8 Marzo
10:00 Piazza Casotti – presidio USI
18:00 Piazza Martiri del 7 Luglio – Partecipazione al corteo cittadino di Non Una di Meno per poi concludere con un’iniziativa serale con aperitivo e musica al circolo C. Berneri (via Don Minzoni 1/d)

L’USI-CIT promuove iniziative in tutta Italia: http://usi-cit.org/index…/1576-8-marzo-2019-sciopero-globale

L’USI-CIT Reggio Emilia promuove lo SCIOPERO DELL’8 MARZO CON UN PRESIDIO ALLE ORE 10 IN CENTRO A REGGIO EMILIA E CON UN’INIZIATIVA SERALE AL CIRCOLO BERNERI

Come USI-CIT Reggio Emilia rilanciamo lo sciopero generale dell’8 Marzo sui luoghi di lavoro anche per il 2019.
Uno sciopero che riteniamo necessario per andare a scardinare l’oppressione e la violenza di genere,in una società ancora pervasa da forte discriminazione e sessismo nonostante le numerose lotte per
l’emancipazione femminile che hanno caratterizzato il XX secolo. Ancora oggi gran parte del mondo è basato su una percezione patriarcale dei ruoli di genere con confini definiti e rigidi.
Questo si evince da numerosi contesti in cui il corpo delle donne continua ad essere regolamentato in base alla morale vigente che riflette i bisogni di una classe dominante. Le donna rappresenta da sempre un soggetto a cui vengono storicamente attribuiti compiti di cura della casa, dell’ambiente
familiare e dei figli. Così oltre al lavoro gratuito di cura si somma, per molte di loro, il lavoro salariato.
L’Italia, come l’Europa, è ancora un paese dove una donna su tre tra i 16 e i 70 anni è stata vittima della violenza di un uomo, dove quasi 7 milioni di donne hanno subito violenza fisica e sessuale e dove ogni anno vengono uccise circa 200 donne dal marito, dal fidanzato o da un ex. Il 77% di tali violenze avviene in famiglia e in egual misura nei confronti di italiane e straniere. Inoltre, ancora nel 2019, in molti paesi europei si cerca di limitare la libera scelta delle donne nei temi di
contraccezione di emergenza e di aborto. In Italia per esempio, nonostante la legge 194 del 1978, sono sempre più in crescita le percentuali di ginecologi obbiettori all’interno degli ospedali (circa il70%). Una maggioranza schiacciante che rende, in alcune regioni italiane, quasi impossibilericorrere all’interruzione volontaria di gravidanza.
In ambito lavorativo persiste il gap salariale, che vede una differenza di salario tra uomini e donne che varia dal 20% al 40 % a seconda delle professioni. Inoltre il 50,7 % delle donne non ha un’occupazione che determina un reddito stabile e un terzo delle lavoratrici lascia il lavoro a causa della maternità. I posti di lavoro sono inoltre il luogo dove spesso avvengono molestie sessuali e
violenze nei confronti delle lavoratrici o aspiranti tali. Infatti sono sempre di più le donne che già durante i primi colloqui di lavoro testimoniano di aver subito diversi tipi di molestie. Si tratta in molti casi di giovani precarie che il più delle volte tacciono per non subire conseguenze dal punto di vista lavorativo. Esempio massimo di questa concezione della donna come soggetto inferiore da
tutelare e regolamentare è la legittimazione dello stupro ancora oggi da molti giustificato dalla rappresentazione della donna come provocatrice di presunti “istinti maschili”, schiacciata sullo stereotipo di o santa o puttana.
Per le donne migranti la situazione è ancora peggiore. Lo vediamo con le pesanti discriminazioni che subiscono perché maggiormente ricattabili e tre volte discriminate in quanto donne, proletarie e
straniere. Il Decreto Salvini peggiora una situazione già grave, dall’accesso non garantito alla sanità, alla difficoltà maggiore nel trovare strutture di supporto in caso di relazioni violente con
propri familiari, sino alla minaccia continua dell’espulsione verso paesi dove talvolta la condizione femminile è ancora peggiore.
Chi negli anni scorsi si è distinto in mezzo al branco per una più forte propaganda razzista e sessista oggi siede sui banchi di governo, continuando a cianciare sul corpo delle donne con una cultura
patriarcale, paternalistica e quindi profondamente autoritaria. Una cultura di cui quest’ultimo governo non ha il patrimonio unico ma ne è semplicemente l’interprete più becero. Lo si evince dai discorsi sulla natalità e sulla famiglia tradizionale, dalla permanente campagna elettorale in favore della famiglia tradizionale, di una gerarchia tra i sessi e della fissità dei ruoli di genere. Un governo
in perenne campagna elettorale che parla del corpo femminile come “bene nazionale” da porre sotto tutela e negando a tutti gli effetti la soggettività individuale delle donne.
A tutto questo dobbiamo aggiungere il DdL del Ministro leghista Pillon che punta a normare le separazioni e gli affidi dei figli imponendo, anche in caso di presunte violenze fisiche di uno dei coniugi, una forma di affido paritetica tra i due genitori. Inoltre l’affido paritetico presupporrebbe anche la cancellazione dell’assegno di mantenimento e la creazione di una sorta di bilancio spese da
dividere tra i due coniugi. In un paese dove il 50,7% delle donne non ha un’occupazione che determini un reddito stabile risulta evidente il ricatto economico.
Queste sono solo alcune delle tante caratteristiche del Disegno di Legge che renderebbero ancor più difficile per una donna denunciare la violenza e separasi dal coniuge, generando una condizione
di aperta ricattabilità.
Una legge simile metterebbe una pregiudiziale economica di fronte alle coppie che volessero separarsi indipendentemente dai motivi e si ripercuoterebbe ulteriormente sui loro figli.
Si tratta solo di alcuni esempi che testimoniano come la discriminazione di genere sia ancora oggi una delle tante contraddizioni della nostra società, che categorizza le donne come vittime da aiutare,
come oggetto di proprietà esclusivamente maschile e come persone incapaci di scegliere e di difendersi da sole. La lotta femminista combatte per scardinare gli attuali rapporti di forza e cammina di pari passo con la lotta di classe e con la lotta antirazzista. Per questo rilanciamo la
scadenza dell’Otto Marzo come scadenza intersezionista e internazionalista, di lotta radicale, antirazzista e antisessista in quanto comprende tutti questi ambiti che non sono e non possono essere separati.
Come Unione Sindacale Italiana pensiamo che soltanto con l’intersezionalismo, ovvero la capacità di tessere relazioni tra lotte solo apparentemente separate, si potrà abbattere la cultura patriarcale di
cui sono imbevuti il capitalismo e lo statalismo. Lo sciopero come risposta a tutte le forme di violenza sul corpo e sulla mente delle donne. Lo sciopero come prassi per riprendersi la gestione delle proprie vite e dei propri corpi dalle mani dello stato, come percorso di abbattimento del nucleo primo dell’autoritarismo: il patriarcato. Lo sciopero per costruire un percorso che vada oltre la semplice rivendicazione di diritti, perché nasca nel nostro tempo un germoglio di libertà di una
futura società di liber* e uguali.

8 marzo sciopero globale!
Se toccano un* toccano tutti!
Per ulteriori info: FB: Usi-Cit Reggio Emilia // usireggioemilia@inventati.org

8 MARZO SCIOPERO GENERALE!

 

Il 6 gennaio 2019 alle ore 11 a Villa Minozzo (RE) in piazza del comune ricorderemo Enrico Zambonini, nato a Secchio di Villa Minozzo il 28 aprile 1893, anarchico e tenace antifascista.

Enrico Zambonini si avvicinò all’anarchismo nel primo dopoguerra, con l’ascesa del fascismo fu esule in Francia e in Belgio.
Militante della Rivoluzione Spagnola (1936-1939) ,durante la Resistenza fu partigiano sulle nostre montagne, il 30 gennaio 1944 venne fucilato al Poligono del Tiro di Reggio Emilia dalle squadracce fasciste.

Federazione Anarchica Reggiana – FAI
Unione Sindacale Italiana – CIT – Sez. di Reggio Emilia
Via Don Minzoni 1/d- Reggio Emilia
federazioneanarchicareggiana.noblogs.org
usireggioemilia.noblogs.org
FB: Archivio Libreria della FAI Reggiana
USI-CIT Reggio Emilia

Di seguito la biografia di Enrico Zambonini:

Nasce a Secchio di Villa Minozzo (Re) il 28 aprile 1893 da Ferdinando e Virginia Comastri, meccanico, muratore e minatore. Il padre, conduttore di muli, è di orientamento radicale, una posizione non certo diffusa nei piccoli borghi dell’alto Appennino reggiano, dove prevalente è il ruolo della Chiesa. Pur aiutando il padre nel lavoro Z. frequenta fino alla 3a elementare, con buoni risultati. Nel 1906, quando ha appena 13 anni, come tanti altri abitanti della montagna prende la via dell’emigrazione: si trasferisce a Genova, in casa di uno zio paterno, il quale però quattro anni dopo s’imbarca per l’America. Rimasto solo, continua a vivere e lavorare a Genova e si avvicina al movimento socialista. Chiamato alle armi nel 1913, assegnato a un reggimento di artiglieria da montagna, è inviato in Libia dove il suo reparto è impegnato nelle azioni di repressione della guerriglia indigena. Durante il servizio militare – torna dalla Libia solo agli inizi del 1919 – si avvicina alle posizioni anarchiche, senza con ciò interrompere completamente i rapporti con i socialisti: lo dimostra il fatto che alla fine del 1919, quando è già rientrato in Italia ed è attivo militante nella CdL sindacalista di Sestri Ponente, partecipa all’assemblea costitutiva della sezione socialista di Villa Minozzo e sottoscrive una lira “pro automobile rossa”, cioè per l’acquisto di un’auto che doveva facilitare lo spostamento degli oratori socialisti nella montagna reggiana. Come detto, nel corso del 1919 è a Sestri Ponente. Oltre ad essere attivo nella CdL partecipa alla costituzione del sindacato minatori aderente all’USI. Rientra però varie volte nel suo paese natale, dove non manca di svolgere propaganda libertaria. È ricordata anche la sua partecipazione come attore a un Maggio, una forma di teatro popolare caratteristica dell’Appennino. In occasione di uno dei suoi rientri, nell’estate del 1922, mentre assiste alla rappresentazione di un Maggio a Gazzano è aggredito da un gruppo di fascisti, al grido di “A morte l’anarchia”. Riesce però a tener testa agli avversari e a rientrare a Secchio senza conseguenze. Decide però di partire subito e di espatriare clandestinamente in Francia. Inizialmente si stabilisce a Marsiglia, dove trova lavoro in una azienda di prodotti chimici e dove prende parte alla vita del movimento anarchico esiliato. Alla fine del 1923 si trasferisce a Saint Raphaël, occupandosi prima come meccanico e poi come direttore di una cooperativa edile. Nel 1928 è accusato ingiustamente di aver attentato alla vita di un agente consolare fascista. Nel corso della perquisizione del suo alloggio la polizia trova solo materiale di propaganda anarchica e al processo Z. è assolto da ogni accusa. Conclusasi positivamente questa vicenda, Z. ritiene però opportuno cambiare paese e si sposta a Liegi, in Belgio, dove trova lavoro prima come meccanico e poi come muratore. Anche qui è segnalato dalla polizia come attivo anarchico, tiene conferenze e partecipa a numerose riunioni. Nel 1932 si trasferisce in Spagna, a Barcellona. Nell’autunno 1934, mentre si trova con la sua compagna in Francia, è arrestato e condannato ad un mese di reclusione per infrazione al decreto di espulsione, ricevuto tempo prima. Scontata la pena, riparte per la Spagna. Al momento della sollevazione dei generali e dell’inizio della Guerra civile Z. è a Barcellona; partecipa dunque alla primissima fase di organizzazione della presenza armata antifascista in questo paese. È tra i primi aderenti alla Sezione Italiana della Colonna “Ascaso” FAI-CNT, con la quale partecipa ai combattimenti di Huesca e Almudévar. Nell’aprile 1937, quando la Colonna si scioglie per protesta contro la militarizzazione, rientra a Barcellona, dove trova impiego come meccanico presso il sindacato dell’alimentazione della CNT. Partecipa ai tragici scontri del maggio 1937 e mentre è impegnato nella difesa della sede del Sindacato dell’alimentazione rimane ferito al volto. Rimane comunque in città ed è tra i promotori di una colonia per gli orfani di guerra, che è effettivamente aperta il 7 novembre 1938 a Pins del Valles. Agli inizi del 1939 ripara in Francia, stabilendosi a Perpignano. Fermato dalla polizia francese è internato nel campo di Argelès-sur-Mer. Nel luglio 1941 è ricoverato in ospedale per i postumi delle ferite riportate nei fatti di maggio a Barcellona. Il 6 agosto 1942 è consegnato alla polizia italiana: trasferito a Reggio Emilia, è rinchiuso in carcere e poi condannato nel settembre 1942 a cinque anni di confino nell’isola di Ventotene. Come tanti altri anarchici alla caduta del fascismo non è liberato ma inviato nel campo di concentramento di Renicci di Anghiari (Ar). Durante il trasferimento, però, si rifiuta di proseguire il viaggio ed è allora rinchiuso nelle carceri di Arezzo. Viene liberato solo il 4 dicembre 1943 e può così tornare a Secchio. In questo periodo nell’Appennino reggiano sono in formazione alcune bande partigiane. Già sono saliti i fratelli Cervi con i loro compagni, e anche il Partito comunista sta cercando di dare vita ad un movimento clandestino. Z. entra in contatto con gli antifascisti della zona, che gli prospettano la proposta di assumere il comando del gruppo partigiano che si vuole costituire a Cervarolo. Ma cerca di riprendere i contatti anche con gli anarchici che in Emilia sono attivi nella lotta partigiana, e si incontra Emilio Canzi di Piacenza, Aladino Benetti di Modena e Attilio Diolaiti di Bologna. Il 21 gennaio 1944 i fascisti accerchiano la parrocchia di Tapignola, dove è a riposo una formazione partigiana. Nasce un conflitto a fuoco e i fascisti mentre si ritirano arrestano il parroco, Don Pasquino Borghi. Il giorno dopo arrestano pure Z. e lo trasferiscono in carcere a Reggio Emilia. Il 30 gennaio, dopo un processo sommario, quale rappresaglia per le ripetute eliminazioni di esponenti fascisti da parte dei gappisti, Z., don Borghi e altri sette esponenti socialisti e comunisti sono fucilati al Tiro a segno del capoluogo. Egli rifiuta i conforti religiosi e muore gridando “Viva l’anarchia”. Nella sentenza pubblicata sul «Solco fascista» del 1° febbraio 1944 si legge che i nove sono condannati alla pena di morte per concorso in omicidio di quattro fascisti e “per aver nel territorio della provincia di Reggio nell’Emilia, con decisi atteggiamenti, con parole, con atti idonei ad eccitare gli animi, alimentato l’atmosfera dell’anarchia e della ribellione e determinato gli autori materiali degli assassini a compiere i delitti allo scopo di sopprimere nelle persone dei Caduti i difensori dell’indipendenza e dell’unità della Patria”. In più, a Z. è contestato “di aver combattuto contro le truppe fasciste, nelle orde rosse in Ispagna”. Dopo la fucilazione, è seppellito nel cimitero di Villa Ospizio, dove sono i resti dei sette fratelli Cervi. Un distaccamento partigiano della montagna prenderà il suo nome, omaggio a una persona esemplare dal punto di vista della militanza antifascista. (C. Silingardi)

Fonti
Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Casellario politico centrale, ad nomen.

Bibliografia: L. Arbizzani, Antifascisti emiliani e romagnoli in Spagna e nella Resistenza, Milano, 1980, ad nomen; I. Rossi, La ripresa del movimento anarchico italiano e la propaganda orale dal 1943 al 1950, Pistoia 1981, ad indicem; P. Bianconi, Gli anarchici italiani nella lotta contro il fascismo, Pistoia 1988; F. Montanari, L’utopia in cammino (Anarchici a Reggio Emilia 1892-1945, Reggio Emilia 1993; A. Zambonelli, Vita battaglie e morte di Enrico Zambonini (1893-1944), Reggio Emilia [s.d.].

2 novembre serata antimilitarista al Circolo Berneri di Via Don Minzoni, promossa dalla FAI Reggiana e dall’USI-CIT Reggio Emilia. Alle 20 cena sociale, alle 21 incontro : CONTRO LE GUERRE DI IERI E DI OGGI.
Parteciperanno Renato Moschetti e Gianfranco Aldrovandi, con una comunicazione di Daniele Ratti.  Evento in preparazione dell’importante manifestazione  antimilitarista di Gorizia del 3 novembre.

26 OTTOBRE SCIOPERO GENERALE!
Manifestazione a Milano Largo Cairoli, ore 9.30

Manifestazione a Firenze Largo Arrigoni ore 9.30

 

L’Assemblea Nazionale che si è tenuta a Milano nella giornata di sabato 29 settembre, organizzata da CUB, SI Cobas, Slai Cobas, USI-AIT, promotori dello sciopero generale del 26 ottobre (assente Sgb) ha visto la partecipazione di un centinaio di delegati. E’ stata data lettura alla Relazione unitaria, con le integrazioni proposte da USI, da una immigrata egiziana ( della prima parte del testo) che fa parte del gruppo di occupanti che si definisce “Mario dice 26×1”. Sono state vittime del primo sfratto dopo la rioccupazione dell’edificio abbandonato del Alitalia, nel comune di Sesto San Giovanni, dove il prefetto ha eseguito alla lettera la circolare del Ministro degli Interni salvini che ordinava lo sgombero immediato delle case ed edifici occupati.

Sono seguiti circa una ventina di interventi, con l’interruzione della pausa pranzo, che hanno spaziato nei vari argomenti legati all’attualità. Dalla situazione di Genova che con la caduta del ponte è l’emblema della nostra attuale società, al racconto, nella stessa città, di lavoratori di una cooperativa in appalto che in questi giorni occupano il loro posto di lavoro dopo la chiusura della azienda. Sono intervenuti anche delegati del SI Cobas del settore della logistica evidenziando come attraverso lotte dure e picchetti che bloccano le merci sono state ottenute importante conquiste come l’avanzamento di categoria in automatico, la riduzione d’orario, il rispetto del contratto stesso e il pagamento degli straordinari che non venivano riconosciuti. Una lotta che paga, quindi, ma che adesso deve fare i conti, non a caso, con il decreto sicurezza che sanziona con condanne pesanti da 1 a 6 anni ed è prevista l’espulsione per gli immigrati condannati. Non sono state risparmiate anche bordate contro USB che, invece di allargare il fonte di lotta, preferisce inserirsi dove altri hanno già sviluppato le lotte per romperne il fronte. Il SI Cobas ha fatto presente oltre a partecipare allo sciopero generale del 26 ottobre si è impegnata per una manifestazione da loro indetta per il 27 ottobre a Roma contro il governo e le sue politiche razziste e repressive. C’è stato un intervento di una compagna Kurda che ha spiegato come il decreto di salvini riduce le protezioni umanitarie agli immigrati, allargando la fascia degli immigrati illegali nel territorio. Ha denunciato le cooperative mafiose che sfruttano gli immigrati utilizzando a propri fini speculativi il contributo di 35 euro destinati agli immigrati in attesa del riconoscimento. Ha gettato l’allarme che, con le regole attuali, basta che un componente della famiglia viene accusato di un reato per compromettere la permanenza all’intera famiglia. Un delegato nel settore Farmaceutico ha denunciato tutti gli imbrogli nel rinnovo del loro contratto per opera dei confederali.
Da parte della Cub è stata evidenziata l’importanza del cartello proposto dalla piattaforma dello sciopero generale, l’unica proposta di rottura capace di portare il conflitto in questo paese, denunciando la mancanza di democrazia nei luoghi di lavoro. “Siamo sulla strada giusta – è stato affermato – quella dell’unità su un programma chiaro. Non ci sono governi amici, è necessario mantenere la barra dritta, perché siamo rimasti gli unici ad organizzare la classe lavoratrice, pur nella esigenza di allargare il fronte, collegandoci con altri movimenti di base, come ad esempio i No Tav. Siamo gli unici in questo momento a scendere in piazza a cambiare qiesto paese.”
Fra gli ultimi interventi riportiamo quello del rappresentante USI qui si seguito:
“Stiamo attraversando uno dei periodo peggiori della nostra storia con un governo ibrido che in modo spregiudicato utilizza il bastone e la carota: il bastone subito e la carota a divenire.
La Lega di salvini ha dichiarato una guerra spietata ai migranti, indicati come la causa principale dei nostri problemi, con l’interno evidente di spezzare l’unità della classe lavoratrice. Noi non lo possiamo permettere.
Abbiamo un solo strumento per opporci: la mobilitazione, la lotta, lo sciopero ed è per questo che abbiamo dichiarato lo sciopero generale del 26 ottobre.
Dobbiamo prepararlo bene, rivendicando i punti dell’intero programma, ma nella fase preparatoria focalizzare su due aspetti contingenti:
Non possiamo lasciare sotto silenzio quello che è stato presentato come il ‘decreto dignità’, una bufala colossale che con la dignità non ha nulla a che fare. Non è stata toccata una sola legge delle tante che producono la precarietà, si è mantenuta la struttura dello Jabs Act con qualche modifica, non è stato rintrodotto l’art. 18. Tutte promesse gettate al vento. Ci si è semplicemente limitati ad aumentare il contributo per i licenziamenti illegittimi. Andrebbe organizzata una giornata a livello nazionale nelle piazze e nei luoghi di lavoro per denuncia e demistificare questo imbroglio.
Come non possiamo lasciare sotto silenzio la circolare e la pressione messa in atto dal Ministro degli Interni verso i prefetti al fine di sgomberare case e palazzi in disuso occupati per necessità abitativa, buttando letteralmente in mezzo alla strada intere famiglie senza pietà neanche per i loro bambini. Quindi, nel processo di preparazione dello sciopero è opportuno organizzare una giornata di mobilitazione generale in cui si proclama, forte e chiaro, il diritto alla casa per tutti.
Dobbiamo essere coscienti che l’opposizione in questo momento molto dipende dalle nostre forze attraverso la mobilitazione di un sindacato conflittuale e di classe, tutti uniti soprattutto nella tappa importante dello sciopero generale con cui si gioca una partita importante.”
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La segreteria nazionale dell’Unione Sindacale Italiana (USI) denuncia l’aggressione fascista subita ieri dal nostro rappresentante per la cittadina di Vasto.
Il fatto, domenica sera durante una passeggiata a Marina di Vasto Nicholas ha sentitosuonare faccetta nera a volume altissimo da un locale della zona, una volta avvicinatosi ha chiesto di interrompere subito la riproduzione di una canzone simbolo del fascismo.
Il titolare del locale, dopo aver finto tranquillità, aggredisce Nicholas colpendolo violentemente al volto. Solo grazie all’intervento della sua compagna Nicholas è riuscito a sottrarsi alla violenza che lo stava colpendo.
La pattuglia di polizia intervenuta dopo l’aggressione si è anche intrattenuta con risate insieme a chi aveva appena aggredito Nicholas. Questa circostanza è stata, anche, confermata da due turisti romani.
Non pago l’aggressore, uscito dal locale, continuava verbalmente e mimicamente  l’aggressione con saluti romani e gridando “A noi.
Va segnalato che nel luogo dove si trova il locale, è un ex campo di concentramento. Il che rende il tutto molto più grave aggiungendo alla gravità della violenta aggressione fascista  anche la profanazione di un luogo simbolo.
L’unione Sindacale Italiana (USI) fiera del suo antifascismo, che nel 1925 portò il vile regime a sciogliere la nostra organizzazione, è, da sempre, al fianco di ogni antifascista.
L’aggressione del nostro compagno Nicholas ci riporta alla mente episodi recenti di  squadrismo fascista e, casomai ce ne fosse bisogno, ci sollecita nella ripresa di una forte
azione antifascista. Qualcuno ha urlato a Nicholas: “non sai contro chi ti sei messo”,
Nicholas non è solo, è parte diun’organizzazione da sempre antifascista e che è totalmente schierata al suo fianco. I fascisti sappiano.”Se toccano uno toccano tutti” non è per noi un vecchio e logoro slogan, è una pratica quotidiana. Nell’augurare a  Nicholas una pronta guarigione vogliamo dire a tutti che saremo al suo fianco nelle sue
quotidiane battaglie e nella lotta contro ogni forma di fascismo.

La Segreteria Nazionale dell’Unione Sindacale Italiana

USI in Festa! Massenzatico, Cucine del Popolo
14 – 15 luglio 2018

Si è svolta sabato 14 e domenica 15 luglio la festa congiunta tra USI-CIT Emilia Romagna e Cucine del Popolo di Massenzatico
(RE). E’ stato un’importante appuntamento che ha visto la partecipazione sopratutto di compagni emiliani. Si è partiti il sabato pomeriggio affrontando un interessante dibattito sul futuro dell’Unione Sindacale Italiana, che terrà il prossimo congresso in autunno e si è poi discusso sulla nuova internazionale anarcosindacalista CIT-IWC che si è recentemente costituita a Parma. Il dibattito è stato interessante e ha visto confrontarsi numerosi compagni e compagne sulle prospettive future dell’Unione a partire dal prossimo sciopero generale che si terrà probabilmente il 26 ottobre. La discussione si è poi sviluppata sulla necessità di dare maggior slancio all’Unione attraverso la formazione sindacale, i coordinamenti delle categorie e una maggiore visibilità del sindacato stesso. Alle ore 20 c’è stata un’ottima cena in classico stile Cucine del Popolo che ha visto la partecipazione di una cinquantina di compagni e compagne per poi finire la serata con USI dj animata dai compagni di Modena. Domenica 15 luglio si è poi dato spazio alle Cucine del Popolo che hanno proposto la risottata solidale con la partecipazione di Mister Leo e del Professor Alberto Capatti che ha svolto una interessante conferenza sulla storia sociale del riso. La risottata preceduta da un antipasto vigoroso ha visto la portata di un risotto primavera, uno giallo “al salto” e un ultimo alla “reggiana” con la salsiccia. Hanno partecipato all’evento oltre 80 compagni e compagne che hanno apprezzato la straordinaria capacità di Mister Leo, nuovo cuoco delle Cucine del Popolo. A seguire si è svolta un esilarante happening di Virgilio Enea Stefano Raspini contro il razzismo del governo. La festa si è poi conclusa con la presentazione del Convegno Internazionale promosso dalle Cucine del Popolo, che si svolgerà a Massenzatico il 5- 7 ottobre 2018 dedicato alle Cucine Senza Confini. Il Convegno vedrà la partecipazione di cuochi, studiosi, militanti, artisti, giornalisti e musicisti e avrà come momento topico un Veglione Rosso nel teatro di Massenzatico, dove riproporremo un menu socialista del 1910 con la partecipazione di 400 persone.

Usi Reggio Emilia
Cucine del Popolo

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