27 OTTOBRE SCIOPERO GENERALE!
 
Il 27 Ottobre si svolgerà in tutta Italia lo sciopero indetto da Usi – Ait, Sgb, Si Cobas, Cub e Slai Cobas, una mobilitazione che coinvolgerà tutti i settori pubblici e privati. L’USI – AIT di Reggio Emilia invita tutti e tutte a scioperare per :
 
– Aumentare salari e investimenti pubblici per ambiente e territorio, ridurre in modo generalizzato l’orario di lavoro;
 
– Età pensionabile a 60 anni di età o con 30 anni di contributi, abolendo la legge Fornero;
 
– Garantire il diritto universale alla salute, all’abitare, alla scuola, alla mobilità pubblica e tutele reali di salario peri disoccupati;
 
– Contrastare la precarizzazione del lavoro generata dalle leggi promulgate dai vari governi, l’ultima quella dello jobs act, che sono strumenti formidabili di ricatto e di distruzione dei diritti fondamentali, a partire dall’uso che ne fanno le istituzioni stesse e le amministrazioni locali di ogni colore;
 
– Difendere il diritto di sciopero con l’abolizione delle leggi che lo vincolano, rigettare l’accordo truffa del 10 gennaio 2014 sulla rappresentanza;
 
– Fermare l’export di armi, chiudere le basi militari e blocco di ogni intervento militare
 
L’USI unico sindacato autogestito e autorganizzato, gestito dai lavoratori in prima persona e indipendente da quadri politici e burocratici invita tutti e tutte a dare vita a cortei autogestiti, orizzontali e indipendenti all’insegna del sindacalismo di classe, autogestito e
libertario. L’USI di Reggio Emilia parteciperà al corteo indetto da USI-AIT a Parma con concentramento in Piazzale Barbieri ( Barriera Bixio) ore 9: 45.
 
USI – AIT sezione di Reggio Emilia
Via Don Minzoni 1/d – Reggio Emilia
usi-reggioemilia@inventati.org
FB: Unione Sindacale Italiana – Reggio Emilia

L’ Usi – Ait sezione di Reggio Emilia condanna con forza la disdetta unilaterale da

parte di Legacoop e di Confcooperative del Contratto Integrativo Provinciale.

 

Una mossa, questa, che coinvolgerà nella nostra provincia più di 5.000

lavoratori impiegati dalle Cooperative Sociali nel campo educativo, sanitario

e sociale.

Questo contratto integrativo tutelava i lavoratori nel caso di cambi di gestione, spostamenti

tra una cooperativa e un’altra, tutelava la copertura economica in caso di danno al mezzo

proprio utilizzato per ragioni di servizio oltre a, addirittura, garantire la mensilizzazione

dello stipendio.

 

Inoltre parte dello stesso Contratto era l’ ERT – Elemento Retributivo Terrioriale – che,

a fronte di guadagni sempre più alti delle cooperative sociali nella nostra città

rappresentava un buon contributo al salario annuale del lavoratore garantendo

una redistribuzione degli utili tra i lavoratori.

 

A fronte dei ben più che buoni utili realizzati dalle più grandi cooperative sociali

reggiane quest’anno ci chiediamo se questo atto di disdetta non serva solo ad alzare

la tensione in vista del rinnovo dello stesso Contratto Integrativo che sarebbe scaduto

alla fine dell’anno.

 

Ricordiamo che un negli ultimi anni un violento processo di precarizzazione ha investito

tutto il Terzo Settore colpendo sia i lavoratori, che si sono trovati a vario titolo con il salario

indebolito, anche per il mancato rispetto da parte di alcune cooperative sociali delle

condizioni contrattuali, e con un peggioramento delle condizioni di lavoro, che la qualità’

del servizio e di conseguenza, data la delicatezza di alcuni lavori, le stesse condizioni

di vita degli utenti.

 

Invitiamo i lavoratori e le lavoratrici del Terzo Settore, ancora una volta colpiti da

una decisione tesa a massimizzare gli utili per le Centrali Cooperative e le dirigenze a

discapito delle condizioni di lavoro e della qualità del servizio, a scioperare il 27 Ottobre

nell’ambito dello sciopero generale nazionale indetto da USI-AIT, CUB, SGB e SI-COBAS.

 

USI – AIT sezione di Reggio Emilia

Via Don Minzoni 1/d – Reggio Emilia

usi-reggioemilia@inventati.org

FB: Unione Sindacale Italiana – Reggio Emilia

27 OTTOBRE SCIOPERO GENERALE!
Trenta più trenta uguale 60!
30 ore settimanali, 30 anni di contributi: 60 anni come limite dell’età pensionabile.

Documento approvato  dall Assemblea nazionale svoltasi a Milano il 23 settembre
RELAZIONE INTRODUTTIVA

Le motivazioni dello sciopero generale dei 27 ottobre sono state ulteriormente chiarite e rafforzate da quanto avvenuto dopo la sua dichiarazione.

Il contesto che si è delineato evidenzia con più chiarezza un preciso progetto autoritario di normalizzazione dei rapporti sociali nel paese che va respinto con determinazione

Le linee operative del progetto governativo riguardano:

La limitazione del diritto di sciopero

Dopo il riuscitissimo sciopero del 16 promosso da alcune organizzazioni sindacali di base è ripartito l’attacco al diritto di sciopero.

La crisi economica, viene affrontata dalla borghesia accentuando l’attacco alle condizioni di vita dei lavoratori (lavoro flessibile, disoccupazione, precarietà, ecc.) contemporaneamente con un’escalation dell’azione repressiva e reazionaria. Laddove lo Stato ha poco da offrire in termini di “stato sociale“, la dura legge del capitalismo, fatta di licenziamenti, salari da fame e sfruttamento, può essere accettata e introiettata soprattutto attraverso il manganello, la criminalizzazione del dissenso e l’attacco al diritto di sciopero.

 

Si punta perciò a stringere le maglie dell’esercizio dello sciopero per ridurre la possibilità che col conflitto i lavoratori e i ceti popolari possano costruire dei rapporti di forza per modificare in meglio la propria condizione lavorativa ed economica.

Il diritto allo sciopero è stato da tempo limitato e impedito con norme (legge 146/90 poi racchiusa nel testo unico n. 83/2000) e sentenze; ora verrebbe definitivamente sottratto ai singoli lavoratori e attribuito ad alcune organizzazioni sindacali integrate allo Stato a cui affidare il monopolio sindacale.
Cercheranno di impedire, tramite legge, l’esercizio del diritto di sciopero ad organizzazioni sindacali che sono in opposizione alle politiche padronali e dei Governo.

Riteniamo indispensabile ribellarsi alla volontà del padronato, del governo e di Cgil, Cisl, Uil di riscrivere lo statuto dei lavoratori ed eliminare il diritto di sciopero.

Su tali orientamenti gravi ci sono delle responsabilità anche da parte di quelle sigle “di base” che dopo aver aspramente criticato l’accordo del 10 gennaio sulla Rappresentanza, l’hanno opportunisticamente sottoscritto, rompendo, così, il fronte di unità con il sindacalismo conflittuale e favorendo le manovre padronali per la restrizione del diritto di sciopero.


La politica abitativa e la repressione di chi lotta e rivendica diritti

Il ripristino della “legalità” borghese – di cui il “foglio di via” è una delle rappresentazioni utilizzate più frequentemente- ha riguardato molte situazioni di lotta per il lavoro e per i contratti; ultimamente anche la politica abitativa e per coloro che sono immigrati nel paese. A Roma, prima i rifugiati eritrei sono stati sgomberati dal palazzo che occupavano in via Curtatone e poi sono stati risgomberati con gli idranti e cariche dalla Polizia dalle aiuole e dai marciapiedi di Piazza Indipendenza dove dormivano dopo lo sgombero.

L’organizzazione dello sgombero dalle case e il tentativo di rimozione dei disagio e della condizione degli emarginati dalla strada è una pratica largamente in uso nei quartieri dove ci sono occupazioni. Una politica che nega il diritto alla casa che va efficacemente contrastata con le lotte, come già molti compagni stanno facendo nei medesimi territori.

Immigrati

I migranti, i richiedenti asilo e i rifugiati che vivono nelle nostre città non vengono considerati parte delle nostre comunità, anche se talvolta sono più anni che vivono in Italia.

Il dibattito pubblico su questa questione ha assunto toni ancora più xenofobi, perché ha preso più consistenza il desiderio o l’augurio che si facciano da parte, che spariscano.

La posizione del governo più della propagandata e strumentale “Aiutamoli a casa loro” è diventataSe la vedano loro al di fuori dall’Italia”

Oggi sono presenti ormai in tutti paesi europei forze politiche di destra, populiste o fasciste, la cui funzione è esattamente quella di strumentalizzare i ceti popolari, persuadendoli che la causa della loro condizione di precarietà e di impoverimento è dovuta alla ‘concorrenza’ dei lavoratori immigrati e non alle basi strutturali del sistema capitalistico.

L’intesa tra Italia e Libia è una tappa della strategia di esternalizzazione delle frontiere, perseguita a tutti i costi, tanto dal nostro governo quanto dall’Unione Europea; persegue il contenimento degli sbarchi mettendo in secondo piano il rispetto dei diritti fondamentali di chi fugge dalle guerre e dalla fame da loro prodotte.

La riduzione degli sbarchi di cui tanto si vanta il governo è dovuta, in parte al lavoro della guardia costiera libica, ma soprattutto agli accordi fatti con le due più potenti milizie per bloccare in Libia il più importante punto di partenza di migranti soprattutto africani.

Per comprare la serenità nel proprio giardino e per coprire la mancanza di una politica sull’emigrazione, si lascia a un altro stato il compito di fare il lavoro sporco in cambio di aiuto economico, usando i fondi per lo sviluppo.

Con l’accordo, l’Italia delega alla Libia la gestione (con un sistema criminale di controllo e detenzione fatta da costrinzioni e abusi) dei flussi migratori, così come ha già fatto l’Unione Europea con la Turchia offrendole 6 miliardi di euro per bloccare la rotta greco-balcanica.

Occorre sempre ricordare e ribadire che i padroni impongono a coloro che vengono da altri paesi che loro dominano imperialisticamente, peggiori condizioni di lavoro e di salario per imporre un abbassamento generale del costo della forza lavoro fomentando guerre tra poveri. Il conflitto deve essere, perciò, ricondotto contro chi sfrutta non contro chi è parimenti sfruttato.

Esclusione e marginalizzazione del sindacalismo conflittuale

IL tentativo di indebolire politicamente ed organizzativamente perseguito ai danni del sindacalismo mira all’accentuazione della limitazione degli scioperi e delle lotte di tutti i lavoratori.

Anche di ciò dobbiamo tener conto nella discussione sullo sciopero generale del 27 ottobre indetto da Cub, SGB, SI Cobas, Usi-AIT, Siai Cobas per contrastare e respingere l’attacco portato dal governo e dai padroni contro i lavoratori, i ceti popolari, i disoccupati e i pensionati.

NOI SIAMO PER:

– Abolire le disuguaglianze salariali, sociali, economiche, di genere e quelle nei confronti degli immigrati.

– Forti aumenti salariali, una riduzione generalizzata dell’orario di lavoro e investimenti pubblici per ambiente e territorio.

– Avere una pensione a 60 anni o con 35 anni di contributi. Abolire la legge Fornero
– Garantire il diritto universale alla salute, all’abitare, alla scuola, alla mobilità pubblica e tutele reali di salario peri disoccupati.

– Difendere il diritto di sciopero con l’abolizione delle leggi che lo vincolano. – Rigettare l’accordo truffa del 10 gennaio 2014 sulla rappresentanza.

– Contrastare la politica dei paesi imperialisti come l’Italia che per la rapina ed il controllo delle risorse fomentano e partecipano in molti paesi alle azioni militari opprimendo il proletariato e le masse povere di questi aumentano le stesse spese militari.

Questa opzione, oltre che esprimere una precisa volontà di contrastare i massacri di innocenti la devastazione dei territori come conseguenza delle politiche dei nostri governanti e gli interessi dell’industria bellica, si collega saldamente con i sacrifici che ci sono imposti dall’assorbimento di enormi risorse sottratte alle nostre più urgenti necessità.

E’ altrettanto prioritaria una lotta di contrasto contro la precarizzazione del lavoro grazie alle leggi promulgate dai vari governi, l’ultima quella dello jobs act, che sono strumenti formidabili di ricatto e di distruzione dei diritti fondamentali, a partire dall’uso che ne fanno le istituzioni stesse e le amministrazioni locali di ogni colore.
Non è più tollerabile, come avviene nel pubblico impiego, subire un blocco dei Contratti che dura ormai da sette anni.

Non è più sopportabile che nello stesso settore, vedi nel privato della sanità, ci siano CCNL diversi, l’uno peggiore rispetto all’altro, che dividono i lavoratori all’interno della stessa azienda, al solo scopo d’indebolire per meglio sfruttare i dipendenti.

Il nostro, insomma, è un mondo che vede sempre più aumentare la polarizzazione della società: ad un capo chi si arricchisce sull’aumentato sfruttamento, dall’altra chi perde il salario o addirittura muore di fame. La ricchezza della metà più povera della popolazione mondiale è diminuita dal 2010 al 2015 di mille miliardi di dollari. La metà più povera ha perso ben il 38% di quanto disponeva.

Le disuguaglianze sono un prodotto del sistema capitalistico e aumentano con le crisi capitalistiche. Lo stiamo vivendo sulla nostra pelle e diventano ogni giorno meno sostenibili e mettono ormai in discussione lo stesso diritto all’alimentazione, alla salute, alla casa ecc.L’aumento delle disuguaglianze non è, come vorrebbero farci credere i media asserviti, il semplice risultato di “politiche governative sbagliate“, bensì il prodotto della divisione della società in classi, tra sfruttatori e sfruttati.

Le politiche liberiste, e le delocalizzazione verso i paesi a basso costo sono un aspetto di questo attacco: o rinunciare alle conquiste – che i mass media spacciano per “privilegi” – o perdere il lavoro. Solo la ripresa della lotta di classe può difendere le condizioni di lavoro e il salario e invertire la tendenza contro questo sistema.

Lo sciopero del 16 giugno indetto da Cub, Sgb, Si Cobas, Usi-ait, Slai Cobas e, a livello locale da organismi di base, per l’intero comparto del trasporto pubblico e privato contro le privatizzazioni, in unità con i lavoratori del settore della logistica, dove il trasporto delle merci utilizza in forma massiccia il supersfruttamento della manodopera immigrata, è stato un grande successo per la importante risposta data.

Un fatto ancor più significativo è rappresentato dall’adesione di tanti altri lavoratori che, aldilà dell’appartenenza sindacale, hanno colto l’occasione dello sciopero per manifestare il proprio malessere e il proprio dissenso verso le politiche economiche e sociali del governo.

La massiccia adesione ha dato fastidio a chi Governa, ai poteri forti e ai sindacati compiacenti, che invece di cogliere il malessere sociale montante organizzando scioperi d’opposizione alle politiche governative, pensano di limitare, insieme ai governi, ulteriormente il diritto di sciopero che è già stato pesantemente messo in discussione nel pubblico impiego e nei servizi pubblici in genere.

L’urgenza della mobilitazione è resa ancora più evidente dallo sviluppo in questi anni di grandi movimenti di lotta in tutto il mondo per il salario per i diritti e per la libertà.

L’oramai quasi decennale ciclo di lotte nei magazzini della logistica, così come la testarda resistenza in questi anni di ampi settori di autoferrotranvieri alla distruzione del trasporto pubblico, sono due esempi a riconferma che esiste una diffusa disponibilità a lottare contro padroni e governo.

Ciò ci ha portato a lanciare ed organizzare nel paese un vero sciopero generale su precisi obiettivi che segnino una svolta in positivo nel conflitto contro le politiche imposte ai lavoratori e contro un uso crescente di strumenti repressivi.

Uno sciopero che non sia dei soli proponenti ma che coinvolga nuovi soggetti singoli e collettivi che condividano l’analisi e le proposte e disponibili eventualmente ad arricchirle con proprie indicazioni.

Noi lavoriamo per costruire una nuova stagione di lotta e mobilitazione che coinvolga tutti i lavoratori, le lavoratrici, i ceti più poveri della popolazione, quanti sono impegnati nel conflitto sociale, per cambiare questo sistema e per esprimere tutto il nostro dissenso verso le politiche borghesi.

Il 27 Ottobre può essere l’occasione per unificare e rilanciare i conflitti in un percorso di costruzione di lotta di classe.

E’ uscito il numero speciale di Lotta di Classe!

Speciale Settembre 2017 :
– 27 Ottobre Sciopero generale! Un importante prova di forza contro governo e padronato
– Sulla vertenza contro i licenziamenti al Cottolengo di Pisa
– Le battaglie del nostro sindacato negli ospedali del San Carlo e San Paolo di Milano
– Con il popolo Mapuche, terra e libertà!

APPELLO AI MOVIMENTI, LAVORATORI, PENSIONATI, STUDENTI, DISOCCUPATI PRECARI E A QUANTI SUBISCONO LA CRISI E VOGLIONO REAGIRE: ASSEMBLEA NAZIONALE A MILANO IL 23 SETTEMBRE PER COSTRUIRE LO SCIOPERO GENERALE!

Cub, SGB, SI Cobas, Usi-AIT, Slai Cobas hanno indetto lo sciopero generale per il 27 ottobre per contrastare e respingere l’attacco portato dal governo e dai padroni contro i lavoratori, i ceti popolari e i pensionati e per :

– Abolire le disuguaglianze salariali, sociali, economiche, di genere e quelle nei confronti degli immigrati.
– Forti aumenti salariali, riduzione generalizzata dell’orario di lavoro e investimenti pubblici per ambiente e territorio.
– Pensione a 60 anni o con 35 anni di contributi. Abolire la legge Fornero
– Fermare le privatizzazioni e le liberalizzazioni.
– Garantire il diritto universale alla salute, all’abitare, alla scuola, alla mobilità pubblica e tutele reali di reddito per i disoccupati.
– Difendere il diritto di sciopero con l’abolizione delle leggi che lo vincolano.
– Rigettare l’accordo truffa del 10 gennaio 2014 sulla rappresentanza.
– Contrastare ogni tipo di guerra e le spese militari.

Il nostro è un mondo di disuguaglianze che continuano a crescere. Lo stiamo vivendo sulla nostra pelle e diventano ogni giorno meno sostenibili e mettono ormai in discussione lo stesso diritto all’alimentazione, alla salute, alla casa ecc.
La ricchezza della metà più povera della popolazione mondiale è diminuita dal 2010 al 2015 di mille miliardi di dollari. La metà più povera ha perso ben il 38% .

Dov’è finita quella ricchezza? La metà (500 miliardi di dollari) è passata nelle tasche dei 62 più ricchi al mondo (53 uomini e 9 donne) che detengono una ricchezza totale di 1.700 miliardi di dollari (quanto il pil italiano), cresce la polarizzazione della distribuzione dei redditi e la sofferenza sociale.
L’aumento delle disuguaglianze è il prodotto della divisione della società in classi, tra sfruttatori e sfruttati. I padroni usano la crisi per ricattare i lavoratori e attaccare le conquiste ottenute in anni di lotta e rilanciare i profitti.

Le politiche liberiste, e le delocalizzazione verso i paesi a basso costo sono un aspetto di questo attacco: o rinunciare alle conquiste o perdere il lavoro. Solo la ripresa della lotta di classe può difendere le condizioni di lavoro e il salario e invertire la tendenza contro questo sistema.
In Italia i dati sono ancora più pesanti, il tasso di disoccupazione è dell’11,3% quella giovanile è al 21% con punte al Sud del 56,3% e la povertà assoluta tocca oltre 5 milione di persone.

Per questa battaglia non partiamo da zero.

Lo sciopero del 16 giugno indetto da Cub, Sgb, Si Cobas, Usi-ait, Slai Cobas e, a livello locale da organismi di base, per l’intero comparto del trasporto pubblico e privato contro le privatizzazioni in unità con i lavoratori del settore della logistica, dove il trasporto delle merci utilizza in forma massiccia il supersfruttamento della manodopera immigrata, è stato un grande successo per la importante risposta data dalle singole organizzazioni.

Un fatto ancor più significativo è rappresentato dall’adesione di tanti altri lavoratori che, aldilà dell’appartenenza sindacale, hanno colto l’occasione dello sciopero per manifestare il proprio malessere e il proprio dissenso verso le politiche economiche e sociali del governo.

La massiccia adesione ha dato fastidio a chi Governa, ai poteri forti e ai sindacati compiacenti, che invece di cogliere il malessere sociale montante, pensano di limitare ulteriormente il diritto di sciopero già pesantemente messo in discussione nel pubblico impiego e nei servizi pubblici in genere.

L’urgenza della mobilitazione è resa ancora più evidente dalla nascita in questi anni di grandi movimenti di lotta in tutto il mondo per il salario per i diritti e per la libertà.
Ciò ci conferma che esiste una diffusa disponibilità a lottare per cambiare questo modello di società che succhia profitti dal lavoro e favorisce la creazione di soldi tramite soldi senza neanche passare dalla produzione di merci. Disponibilità non raccolta, anzi soffocata e tradita da chi, da tempo, ha abbandonato la difesa dei lavoratori e delle classi popolari.
Ciò ci porta a lanciare ed organizzare nel paese un vero sciopero generale in autunno su precisi obiettivi che segnino una svolta nel conflitto contro le politiche imposte ai lavoratori e ai ceti popolari e contro un uso crescente di strumenti repressivi.
Uno sciopero che non sia dei soli proponenti ma che coinvolga nuovi soggetti singoli e collettivi che condividano l’analisi e le proposte e disponibili eventualmente ad arricchirle con proprie indicazioni.

Noi lavoriamo per costruire una nuova stagione di lotta e mobilitazione che coinvolga tutti i lavoratori, le lavoratrici, i ceti più poveri della popolazione, quanti sono impegnati nel conflitto sociale, per rivendicare l’uguaglianza e la libertà come diritti universali, per cambiare questa società e per esprimere tutto il nostro dissenso verso le politiche borghesi.

A questo scopo si propone un’Assemblea Nazionale per il 23 Settembre aperta a tutti per discutere l’iniziativa, gli obiettivi e l’avvio della discussione in tutti i territori per la costruzione e la realizzazione dello sciopero generale.

2° Congresso USI-AIT Educazione
Il 15 luglio ’17, presso la sede Nazionale dell’Unione Sindacale Italiana – AIT a MODENA in via del Tirassegno n°7, USI-EDUCAZIONE (sindacato del settore educativo, scolastico e sociale interno all’USI-AIT) terrà il suo 2° CONGRESSO NAZIONALE (dopo quello fondativo del 21/12/14 a MILANO).

 

I lavori inizieranno alle 10:00 e termineranno indicativamente
intorno alle 18:00 (prevista pausa-pranzo 13:00/15:00).

Possibilità di pernottamento in loco [USI-Modena / Spazio Sociale LIBERA].

OdG in via di definizione.

Docenti, educatrici, educatori uniti per dare dignità al lavoro educativo, scolastico, sociale!

La Federazione Anarchica Reggiana e l’Unione Sindacale Italiana – Sezione di Reggio Emilia, come preannunciato, hanno partecipato al RemiliaPride, scendendo in piazza con i propri contenuti, esplicati nel volantino qua riportato e nella versione estesa presente sotto. I compagni e le compagne libertarie reggiani si sono trovati in circa una trentina dietro le bandiere rosso nere dell’Unione e della Federazione. È stato effettuato un intenso volantinaggio e la vendita militante della stampa anarchica.

Al termine della manifestazione si è tenuta la cena anticlericale presso il Circolo Berneri con un menù a base di strozzapreti, monache arrosto e chierici in umido e altri cibi vietati da tutte le religioni mondiali, il tutto innaffiato da lambrusco e sauvignon cabernet.

 

di seguito la versione estesa del volantino:

Né dio né stato

Orgogliosamente anticlericali

Come Federazione Anarchica Reggiana e USI Reggio Emilia abbiamo deciso di partecipare con i nostri contenuti al Remilia Pride, pur non aderendo formalmente alla manifestazione, in quanto riteniamo estremamente importante ribadire la necessità dell’emancipazione, individuale e collettiva, dal sessismo e dall’omo-transfobia, piaghe sociali di diretta matrice religiosa.

Viviamo in un’epoca in cui le religioni, pur in una generale crisi data dalla secolarizzazione della società, tentano di riconquistare terreno imponendo al dibattito pubblico i loro deliri retrogradi e reazionari. Lo vediamo nel mondo mediorientale dove l’islamismo militante ha preso nuovo impulso per reazione ai movimenti sociali delle Primavere Arabe. Lo vediamo in Europa e negli Stati Uniti dove i movimenti reazionari, clericofascisti e religiosi, anche non necessariamente collegati alle religioni organizzate tradizionali, reclamano ulteriore spazio per portare avanti il ciarpame creazionista e le loro posizioni liberticide su tutte le maggiori questioni etiche.

Riguardo le tematiche LGBTQ, la posizione della chiesa cattolica è ben chiara, anche se con diverse sfumature “applicative”. L’omosessualità è comunque un peccato. Recentemente un esponente della chiesa reggiana ha affermato che “dio accoglie sempre l’uomo che cade”. Il peccato va biasimato, il peccatore accolto e perdonato. Purché si penta, è sottinteso. Il perdono deve sempre essere preceduto dal pentimento nella chiesa cattolica. Ma in cosa è caduta, di cosa si dovrebbe pentire una persona LGBTQ? Di vivere la propria vita affettiva e sessuale seguendo liberamente la propria natura? Di amare in modo ritenuto peccaminoso dalle gerarchie religiose? Questo modo di agire è connaturato con l’essenza stessa della religione: la chiesa (tutte le chiese, anche se in questo caso stiamo parlando della chiesa cattolica) pretende da sempre di controllare ogni aspetto delle vite di tutte le persone. Di tutte, non solo di quelle che ne fanno parte per libera scelta. Anche e soprattutto di chi non ne condivide la fede, i precetti e i valori, di chi vuole vivere e pensare liberamente. Non stiamo dicendo niente di nuovo, fiumi d’inchiostro sono stati versati per scrivere dell’invadenza clericale nelle nostre vite, della presenza opprimente e pervasiva della religione nella politica, dell’influenza sulle leggi e sull’educazione, sulla pretesa dei religiosi di ergersi a guide morali e spirituali universali.

Considerare un peccato l’omosessualità e biasimarla in sé stessa è il segno di un’arroganza senza limiti che continua in omnia saecula saeculorum. E se in occidente i roghi sono spenti da qualche secolo, in tanti paesi del mondo le persone LGBTQ sono incarcerate, seviziate e uccise in base a disposizioni religiose. Come nell’occidente medioevale, a volte è il braccio secolare -lo stato- che si incarica materialmente dell’esecuzione della pena, altre volte è la massa dei credenti che lapida i “peccatori”. Come purtroppo vediamo ogni giorno, in occidente l’odio verso le persone LGBTQ si esprime in tanti modi, dal negar loro diritti che gli altri cittadini hanno garantiti, al disprezzo, al bullismo, alle aggressioni fino all’omicidio. Il tutto alimentato dalla concezione religiosa che la persona LGBTQ è una persona di seconda categoria perché vive nel peccato. La differenza è solo di grado, la sostanza è la stessa. Là ti ammazzano o finisci in galera, qui ti devi pentire. Pentire di essere quello che sei. Ancora, purtroppo, niente di particolarmente nuovo. Ed è questo il punto. La posizione dottrinaria della chiesa è sempre la stessa, solo che il suo atteggiamento pratico è cambiato adeguandosi “ai tempi” e alla “percezione della fede” che hanno i credenti. Come ribadito più volte dagli esponenti della curia reggiana, il catechismo cattolico è chiaro. Gli atti di omosessualità sono “intrinsecamente disordinati”. La chiesa deve tenere un atteggiamento di accoglienza e non discriminazione ma, secondo le parole del vescovo di Reggio e Guastalla, è necessario fare chiarezza riguardo il bene e il male. Il bene è amare nei tempi, nei modi e con i fini stabiliti da loro, il male è qualunque cosa al di fuori. Da rimarcare che tutto ciò è direttamente derivato da usi e costumi di una tribù di pastori mediorientali dell’età del bronzo, codificati in una collezione di testi risalenti a periodi diversi, originariamente scritti in ebraico e aramaico, poi tradotti in greco e in latino e infine nelle lingue volgari di tutta Europa. Testi che presentano molteplici versioni, antiche e moderne, con pesanti contraddizioni e discordanze interne. Tanto per rimanere sul tema del disordine. Tanto per ricordare che quella che la chiesa spaccia per volontà divina è in realtà una ferrea volontà di controllo della vita delle persone da parte della chiesa stessa, di una gerarchia sacerdotale che oggi trova più conveniente perdonare le persone omosessuali invece di minacciarle con l’anacronistica pioggia di fuoco di dantesca memoria. Vedremo cosa succederà se il prossimo pontefice avrà una mentalità più tradizionalista e meno propensa all’accoglienza e al perdono di questo gesuita che incarna il volto comprensivo e benevolo della chiesa.

Lasciando da parte le persecuzioni nazifasciste, orientate a punire l’omosessualità perché contraria alle politiche di riproduzione della razza, la discriminazione subita da chiunque non segua il rassicurante sentiero della “normalità” è oggi, come scrivevamo all’inizio, di diretta derivazione religiosa, attraverso l’ingerenza clericale nella legislazione strettamente unita al mantenimento dello stigma verso le diversità. I Paesi dove ci sono meno discriminazioni di genere e sulla base dell’orientamento sessuale sono quelli dove l’influenza religiosa sulle leggi e soprattutto sulle coscienze delle persone è meno forte, e questo non è un caso.

Vorremmo spendere alcune parole anche su un tema presentato come primario in questo periodo, quello del matrimonio e delle unioni civili. Come anarchici e libertari crediamo che la libertà individuale delle persone LGBTQ non passi dalla concessione statale di un quasi-matrimonio comprensivo di quasi-diritti e quasi-doveri.

La società in cui viviamo è fondata strutturalmente sull’oppressione di genere e sull’esclusione di chi non si conforma ai dettami della famiglia tradizionali: donne libere, transessuali, omosessuali e queer. È un’esclusione che ha la propria genealogia nella mentalità religiosa e negli albori del capitalismo stesso, quando, nel corso della sua fase di accumulazione originaria si gettarono le basi della normazione da parte dello stato della sfera dell’intimo con lo scopo di dirigere il lavoro riproduttivo. Negli ultimi anni in occidente abbiamo assistito, grazie alle significative lotte femministe che si sono sviluppate durante tutto il novecento, alla nascita di una maggiore sensibilità verso queste tematiche e al riconoscimento, spesso solo giuridico, della parità tra i sessi. Riconoscimento che come in altri campi, per esempio il lavoro, ha solamente preso atto dell’evoluzione della società scaturita dalle lotte. Anche nell’ambito delle questioni dell’omosessualità e della transessualità abbiamo potuto vedere alcuni miglioramenti che, essendo comunque compresi all’interno di un paradigma sociale fondato sugli schemi della famiglia tradizionale – come le unioni civili – sono passi sicuramente importanti ma pur sempre parziali. Non riusciamo a vedere come una libertà qualsiasi debba essere subordinato a un istituto legale. Le libertà, per essere tali, devono essere individuali e non condizionati alla stipula di un contratto davanti a un ufficiale di stato civile. Non a caso Errico Malatesta parlava di famiglia come risultato della “pratica dell’amore, libero da ogni vincolo legale, da ogni oppressione economica o fisica, da ogni pregiudizio religioso.”

La strada da percorrere è ancora lunga e interseca necessariamente le questioni di classe così come i percorsi antirazzisti. Solamente dalla lotta potranno scaturire cambiamenti veri. Non è un caso, infatti, che i gay pride nascano non dalla rivendicazione di diritti astratti ma dalla rivolta di Stonewall, nel giugno del 1969, quando la comunità gay e transessuale di New York si rivoltò davanti alle ripetute angherie poliziesche. Solamente la lotta e non la concessione di qualche diritto monco da parte del politico di turno potrà portare all’affermarsi di una società veramente libera che si sappia scrollare dalle spalle secoli di oppressione.

Federazione Anarchica Reggiana

Unione Sindacale Italiana – Sezione di Reggio Emilia

Via don Minzoni 1/d – Reggio Emilia

federazioneanarchicareggiana.noblogs.org /// fa_re@inventati.org

usireggioemilia.noblogs.org /// usi-reggioemilia@inventati.org

Viviamo in un’epoca in cui le religioni, pur in una generale crisi data dalla secolarizzazione della società, tentano di riconquistare terreno imponendo al dibattito pubblico i loro deliri retrogradi e reazionari. Lo vediamo nel mondo mediorientale dove l’islamismo militante ha preso nuovo impulso per reazione ai sommovimenti sociali delle Primavere Arabe, lo vediamo in Europa e negli Stati Uniti dove i movimenti reazionari, clericofascisti e religiosi, anche non necessariamente collegati alle religioni organizzate tradizionali, reclamano ulteriore spazio per portare avanti il ciarpame creazionista e le loro posizioni liberticide su tutte le maggiori questioni etiche.

Come anarchici e libertari crediamo che la libertà individuale delle persone LGBTQ non passi dalla concessione statale di un quasi-matrimonio comprensivo di quasi-diritti e quasi-doveri. Crediamo invece che sia necessario combattere per eliminare l’ingerenza clericale nelle questioni etiche ma soprattutto estirpare dalla società la mentalità religiosa, di qualsiasi matrice, che permette e alimenta questa ingerenza e che permette e alimenta la discriminazione e l’oppressione delle persone LGBTQ.

La Federazione Anarchica Reggiana e l’Unione Sindacale Italiana – Sezione di Reggio Emilia invitano pertanto tutti i liberi pensatori a partecipare allo spezzone rosso-nero al RemiliaPride di sabato 3 giugno 2017, con concentramento alle ore 14.00 in via 4 Novembre (stazione FS).

Inoltre il Circolo Anarchico Berneri, in via don Minzoni 1/d (laterale di via Farini), sarà aperto dalle 10.30 del mattino di sabato e alle 12.30 ospiteremo un rinfresco. Alle ore 20.00 invece faremo una cena anticlericale con cibi vietati da tutte le religioni mondiali.

Federazione Anarchica Reggiana – FAI

Unione Sindacale Italiana – Sezione di Reggio Emilia

via don Minzoni 1/d Reggio Emilia /// 348 540 98 47 /// federazioneanarchicareggiana.noblogs.org /// usireggioemilia.noblogs.org

Pagina successiva »